di Mauro Toffetti | Psicologo | Istruttore di Mindfulness | Studioso di scienze contemplative applicate
Riflessioni a margine del convegno del 9 maggio 2026 a Milano
Il 9 maggio 2026 si è svolto a Milano, presso l’Ex Fornace, il convegno “Una dose di realtà. Salute mentale e terapie psichedeliche: cosa si fa in Svizzera, cosa si può fare in Italia”, promosso dalla Cellula Coscioni Milano e dall’Associazione Luca Coscioni, insieme a SIPSSoP, Studio Aegle, AltraPsicologia.it, con il patrocinio del Municipio 6 del Comune di Milano, di OPL, ENPAP e CAMPI e con la copertura del provider Ecm, Spazio Iris. Un luogo di confronto reale tra professionisti della salute mentale, medici, psichiatri, neuroscienziati, giuristi, pazienti e cittadini. Molto spesso, nel dibattito pubblico sulle terapie psichedeliche, il centro della discussione diventa la sostanza: psilocibina, MDMA, LSD, ketamina. Eppure, uscendo da questo convegno, ciò che mi è apparso più evidente è che il vero tema non è la molecola. Il vero tema è la relazione.
Il terapeuta psichedelico non è un tecnico della sostanza
Durante il panel dedicato alla formazione e alla supervisione del terapeuta psichedelico, gli interventi di Piero Cipriano, Georgia Wilson e Riccardo Bettiga hanno aperto questioni che considero fondamentali.
Una provocazione di Cipriano, in particolare, continua a risuonarmi dentro, il terapeuta dovrebbe essere una persona “sana”, mediamente sana.
Naturalmente non esiste un essere umano completamente risolto, privo di conflitti o fragilità. Ma credo che il senso profondo di questa affermazione sia un altro, chi accompagna un paziente dentro stati profondi di vulnerabilità psichica deve avere attraversato un lavoro personale autentico.
Nella terapia psichedelica questo aspetto diventa centrale. Non basta conoscere protocolli, linee guida o neuroscienze. Non basta padroneggiare una tecnica. Il terapeuta diventa parte integrante del setting terapeutico. La sua presenza, il suo modo di respirare, di ascoltare, di tollerare il silenzio e l’angoscia influenzano direttamente l’esperienza del paziente.
La letteratura scientifica parla da anni dell’importanza del set and setting nelle esperienze psichedeliche (Carhart-Harris et al., 2018). Ma credo che dovremmo fare un passo ulteriore, il terapeuta stesso è setting.
La sua stabilità emotiva, la sua capacità di non difendersi dall’intensità dell’esperienza, la sua disponibilità compassionevole diventano elementi clinici tanto importanti quanto la sostanza utilizzata.
La compassione come competenza terapeutica
Se dovessi sintetizzare ciò che considero essenziale nel lavoro terapeutico con gli psichedelici, sceglierei una parola, compassione.
Non nel senso paternalistico o moralistico del termine, ma nel significato più profondo elaborato dalla psicologia contemporanea, la capacità di entrare in contatto con la sofferenza propria e altrui mantenendo il desiderio concreto di alleviarla (Gilbert, 2009).
La compassione non è solo empatia. È empatia con azione in un rapporto non duale con l’altro. Ed è proprio qui che il terapeuta psichedelico, a mio avviso, dovrebbe distinguersi, nella capacità di accompagnare senza controllare, di stare accanto senza invadere, di sostenere senza dirigere rigidamente l’esperienza dell’altro. Durante gli stati modificati di coscienza si crea spesso qualcosa di difficile da descrivere con il linguaggio clinico tradizionale. Si apre uno spazio intersoggettivo particolare, una sorta di “canale relazionale” nel quale la coscienza del terapeuta e quella del paziente entrano in una forma intensa di sintonizzazione. Non parlerei di fusione mistica in senso ingenuo, ma certamente di una modificazione profonda della relazione terapeutica. In questo senso, gli psichedelici sembrano portare all’estremo una verità già nota alla terapia psicologica, è la relazione che cura.
Esiste davvero “la” psicoterapia?
Un’altra riflessione emersa implicitamente nel convegno riguarda il significato stesso della psicoterapia. In Italia esistono centinaia di scuole di psicoterapia, spesso profondamente differenti tra loro. Questo dato, invece di rassicurarmi, mi interroga. Esiste davvero “la” psicoterapia? Oppure esistono cornici teoriche, modelli simbolici e linguaggi differenti che oscillano tra approcci evidence-based e sistemi autoreferenziali? La ricerca sui common factors suggerisce ormai da tempo che l’efficacia terapeutica dipenda soprattutto dalla qualità dell’alleanza terapeutica, dalla fiducia, dalla capacità empatica e dalla sicurezza relazionale (Wampold & Imel, 2015).
Con gli psichedelici questo diventa ancora più evidente. Forse il terapeuta psichedelico ideale non è il professionista più dogmaticamente aderente a un modello teorico, ma colui che possiede una profonda comprensione dell’essere umano e della sofferenza.
Open Dialogue e lavoro di équipe
Un elemento che considero cruciale riguarda il superamento dell’idea solitaria del terapeuta. Il modello finlandese dell’Open Dialogue, sviluppato da Jaakko Seikkula e colleghi, rappresenta probabilmente una delle esperienze più interessanti degli ultimi decenni nella salute mentale comunitaria. Questo approccio pone al centro il dialogo aperto, la multidisciplinarietà e la costruzione condivisa del significato dell’esperienza psicotica o della sofferenza mentale (Seikkula et al., 2006). Credo che il futuro delle terapie psichedeliche debba andare in questa direzione.
Il terapeuta psichedelico non può essere immaginato come uno sciamano isolato né come un tecnico che applica protocolli standardizzati. Deve essere parte di un’équipe dialogica composta da psicologi, psichiatri, medici, infermieri, assistenti spirituali, professionisti della riabilitazione e, soprattutto, pazienti esperti. L’esperienza psichedelica mette in crisi i confini tradizionali delle professioni sanitarie. Richiede una postura più umile, interdisciplinare, aperta. Richiede dialogo.
Il terapeuta deve conoscere gli stati alterati di coscienza?
Questa è probabilmente la riflessione più controversa che porto con me dopo il convegno. Personalmente credo che chi accompagna altre persone dentro stati profondi di alterazione della coscienza debba avere una conoscenza esperienziale di quegli stati. Questo non significa abolire il rigore scientifico o promuovere pratiche irresponsabili. Significa riconoscere che alcune esperienze umane non possono essere comprese soltanto teoricamente. Le pratiche contemplative millenarie lo insegnano da secoli. La mindfulness, la meditazione profonda, la respirazione ritmica, la recitazione dei mantra, la meditazione sonora e molte tradizioni spirituali producono modificazioni osservabili degli stati di coscienza, della percezione corporea e dell’esperienza del Sé. Negli ultimi anni, le neuroscienze contemplative hanno iniziato a studiare questi fenomeni con crescente rigore scientifico (Lutz et al., 2004).
A mio avviso, il terapeuta psichedelico dovrebbe avere una pratica personale profonda di esplorazione della coscienza. Dovrebbe conoscere direttamente il silenzio mentale, la dissoluzione parziale dell’Io, la modificazione della percezione del tempo e del corpo, l’emergere di contenuti inconsci.
E credo anche, in modo volutamente provocatorio ma sincero, che laddove sia legalmente possibile, il terapeuta dovrebbe poter fare esperienza diretta delle sostanze psichedeliche, individualmente e in contesti terapeutici supervisionati. Non per fascinazione ideologica verso le sostanze, ma per comprensione clinica. Accompagnare qualcuno in territori psichici che non si sono mai attraversati personalmente rischia di trasformare la terapia in un esercizio astratto. Naturalmente questo apre questioni etiche, giuridiche e deontologiche enormi, che non possono essere banalizzate. Ma credo sia arrivato il momento che la salute mentale possa discuterne apertamente, senza moralismi né stigma.
L’Italia davanti a un bivio culturale
Il confronto con i colleghi svizzeri ha mostrato quanto l’Italia sia ancora indietro sul piano normativo e clinico rispetto alle terapie psichedeliche. Tuttavia, il sold out del convegno milanese e l’altissimo livello del dibattito emerso indicano chiaramente che qualcosa sta cambiando. Le terapie psichedeliche stanno lentamente uscendo dalla marginalità culturale per entrare in uno spazio di confronto scientifico serio. La vera sfida dei prossimi anni, però, non sarà soltanto autorizzare nuove molecole o creare protocolli clinici. La sfida sarà capire quale idea di essere umano, di cura e di relazione vogliamo portare dentro questi percorsi terapeutici.
Perché, forse, il punto più importante emerso dal convegno è proprio questo, gli psichedelici non ci obbligano soltanto a ripensare la psicofarmacologia. Ci obbligano a ripensare il terapeuta stesso.
Bibliografia essenziale (APA)
Carhart-Harris, R. L., Roseman, L., Haijen, E., Erritzoe, D., Watts, R., Branchi, I., & Kaelen, M. (2018). Psychedelics and the essential importance of context. Journal of Psychopharmacology, 32(7), 725–731.
Gilbert, P. (2009). The compassionate mind. Constable & Robinson.
Lutz, A., Greischar, L. L., Rawlings, N. B., Ricard, M., & Davidson, R. J. (2004). Long-term meditators self-induce high-amplitude gamma synchrony during mental practice. Proceedings of the National Academy of Sciences, 101(46), 16369–16373.
Seikkula, J., Alakare, B., & Aaltonen, J. (2006). Open Dialogue in psychosis I: An introduction and case illustration. Journal of Constructivist Psychology, 19(3), 179–199.
Wampold, B. E., & Imel, Z. E. (2015). The great psychotherapy debate: The evidence for what makes psychotherapy work (2nd ed.). Routledge.
Mitchell, J. M., Bogenschutz, M., Lilienstein, A., Harrison, C., Kleiman, S., Parker-Guilbert, K., … & Doblin, R. (2021). MDMA-assisted therapy for severe PTSD: A randomized, double-blind, placebo-controlled phase 3 study. Nature Medicine, 27(6), 1025–1033.


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