di Mauro Toffetti | Psicologo | Istruttore di Mindfulness | Studioso di scienze contemplative applicate
Scrivere di compassione non è, per me, un esercizio puramente teorico o accademico. È un atto che nasce da un sentire profondo e da un percorso personale e professionale intrecciato.
Introduzione
La compassione è un elemento fondamentale nella relazione di aiuto, ma spesso viene fraintesa o sottovalutata. Lontano dall’essere semplice pietà o debolezza emotiva, la compassione rappresenta un potente motore etico ed emozionale: è la partecipazione empatica alla sofferenza altrui accompagnata dal profondo desiderio di alleviarla. In un’epoca che premia efficienza e competizione, riscoprire il valore della compassione significa riumanizzare i legami, riconoscere la vulnerabilità come parte dell’esperienza umana e rispondere con presenza e cura alla sofferenza che ci circonda. Questo articolo prova ad esplorare l’evoluzione del concetto di compassione – dalle sue origini nelle tradizioni buddhiste antiche fino al ritorno al centro della psicoterapia contemporanea – evidenziando il suo significato per gli operatori sanitari. Proverò a chiarite le differenze tra compassione, empatia e pietà, e verranno discussi il ruolo dell’educazione emozionale, riflessioni personali sul sentire le sofferenze altrui, e l’importanza della compassione nelle cure palliative, includendo approcci innovativi come le terapie assistite da psichedelici.
Le radici della compassione nel buddhismo
Nel buddhismo il concetto di compassione occupa un posto cruciale ed è espresso principalmente dai termini karuṇā e mettā. Karuṇā è tradotto come “compassione” o “misericordia” ed è definito nei testi come il desiderio che gli altri siano liberi dalla sofferenza. Si distingue da mettā (sanscrito maitrī), che indica l’amorevole gentilezza, ovvero il desiderio che gli altri siano felici. Queste due qualità – compassione e amore – insieme alla gioia compartecipe e all’equanimità, costituiscono i “Quattro Incommensurabili” (brahmavihāra) che il Buddha esortava a coltivare in Meditazione. La compassione, dunque, non è vista come un’emozione passeggera, ma come una virtù da coltivare attivamente, al pari della saggezza (prajñā), per avanzare sul sentiero spirituale.
Già nei testi antichi, il Buddha Śākyamuni viene descritto come profondamente motivato dalla compassione. Si narra ad esempio che in vite precedenti, abbia perfino sacrificato se stesso per salvare altri esseri (celebre l’episodio in cui offre il proprio corpo a una tigre affamata perché possa nutrire i suoi cuccioli). Dopo aver raggiunto l’illuminazione, si dice che il Buddha decise di insegnare agli altri per compassione verso “il bene e la felicità del maggior numero” di esseri senzienti, anziché entrare immediatamente nel nirvāṇa finale. Questo prova ad indicarci che la compassione nel buddhismo implica sempre un’attitudine attiva: non solo sentire il dolore altrui, ma impegnarsi concretamente per alleviarlo. La figura ideale del bodhisattva (colui che aspira all’illuminazione) nel buddhismo Mahāyāna incarna questa compassione instancabile e attiva.
Nel buddhismo la compassione non è mera com-passione (“soffrire insieme” all’altro, come suggerisce l’etimologia latina cum patior), ma è inscindibile da una risposta attiva e concreta. Come sottolinea un detto attribuito ad un maestro tibetano, “la compassione non è autentica se non si traduce in azione”. Il praticante buddhista è chiamato a sviluppare un cuore sensibile alle altrui sofferenze e, sulla scorta dell’interdipendenza che lega tutti gli esseri, a servire gli altri con gentilezza e altruismo. È infatti attraverso la compassione operante – nel soccorrere, proteggere e guidare gli esseri – che il buddhista imita l’esempio del Buddha e dei bodhisattva e progredisce egli stesso verso la liberazione. (ndr)
Evoluzione storica e culturale del concetto di compassione
Al di fuori del contesto buddhista, la compassione ha assunto varie sfumature storiche e culturali. Nella tradizione giudaico-cristiana è spesso associata alla misericordia e alla carità – qualità attribuite a Dio e prescritte ai fedeli – indicando un amore che si china sul sofferente. Il termine latino compassio (da cum patior, “patire insieme”) rispecchia letteralmente l’idea di condivisione della sofferenza, concetto parallelo al greco antico sympatheia (συμπάθεια). In epoca classica, filosofi come Aristotele consideravano la pietà (éleos) un’emozione dolorosa suscitata dal vedere sofferenze immeritate, capace di smuovere partecipazione ma talvolta priva di sbocco pratico. Nel corso dei secoli, tuttavia, il significato di compassione si è ampliato e approfondito. Arthur Schopenhauer, ad esempio, nel XIX secolo elevò la compassione a fondamento della morale: secondo il filosofo, “solo l’azione scaturita dalla compassione ha valore morale”, perché implica l’immediata partecipazione al dolore altrui e lo sforzo di eliminarlo. Schopenhauer contrapponeva così la compassione – unico vero impulso etico, in quanto anti-egocentrico – alle azioni dettate da mero dovere o interesse personale. Analogamente, già David Hume nel Settecento e Charles Darwin nell’Ottocento avevano riconosciuto nelle tendenze empatiche e compassionevoli una base naturale della socialità e dell’etica (Darwin parlò di “simpatia” come tratto evolutivo vantaggioso per le specie sociali).
Nel Novecento, con l’avvento della psicologia e delle neuroscienze, la compassione ha iniziato ad essere studiata scientificamente dopo millenni in cui era relegata a concetto filosofico o religioso. È interessante notare che solo negli ultimi decenni la ricerca scientifica ha rivolto un’attenzione sistematica alla compassione, alle sue basi neurofisiologiche e ai suoi effetti psicologici e sociali. Tradizioni contemplative come il buddhismo avevano da tempo indicato la compassione come antidoto alla sofferenza e all’egoismo, ma dagli anni ‘90 in poi psicologi e neuroscienziati hanno iniziato a misurare come l’allenamento alla compassione possa modificare il cervello, ridurre gli stati di stress e promuovere comportamenti prosociali. In particolare, gli studi hanno evidenziato che la compassione include componenti specifiche e misurabili: riconoscimento della sofferenza altrui, resonance emotiva (empatia), tolleranza del disagio provato nel confrontare la sofferenza, e motivazione ad agire per alleviarla. Quest’ultimo elemento – la spinta ad agire – è ciò che differenzia la compassione da altre reazioni emotive affini e ne fa un costrutto unico sul piano etico. In sintesi, mentre la dimensione della compassione come virtù è sempre esistita nelle culture umane (basti pensare anche al concetto di humanitas dei filosofi stoici o alla agape cristiana), oggi la compassione viene riscoperta in chiave scientifica come fenomeno psicologico complesso e come risorsa chiave nelle professioni di aiuto.
Compassione, empatia, pietà: differenze concettuali
Spesso nel linguaggio comune termini come compassione, empatia e pietà vengono confusi. È fondamentale distinguerli chiaramente, poiché implicano atteggiamenti diversi verso la sofferenza altrui. L’empatia si riferisce alla capacità di mettersi nei panni dell’altro, comprendendone o addirittura condividendone le emozioni. È dunque un processo di risonanza emotiva: attraverso l’empatia possiamo provare tristezza nel sentire del lutto di un amico, o gioia nel vedere la felicità altrui. Tuttavia, l’empatia di per sé non comporta necessariamente l’intenzione di aiutare; è sentire con l’altro, ma non implica fare qualcosa per lui. Può addirittura diventare “distress empatico” quando l’emozione condivisa è molto negativa e ci sovrasta, portandoci magari a chiuderci o allontanarci per autodifesa. La compassione, invece, pur richiedendo una base empatica (riconoscere e sentire la sofferenza altrui), va oltre: è sentire per l’altro, provare sollecitudine e preoccupazione attiva per il suo dolore, accompagnate dal desiderio di alleviarlo. Chi prova compassione non si limita a risuonare con la sofferenza altrui, ma mantiene quella lieve distanza emotiva che consente di restare lucidi e proattivi: la bussola è il bene dell’altro, non il contagio del dolore. In termini sintetici, l’empatia sente, ma è la compassione che agisce. Proprio questa differenza fa sì che la compassione, a differenza dell’empatia non regolata, generi stati emotivi positivi (come amorevolezza, speranza) invece che burnout: studi neuroscientifici hanno mostrato che addestrare le persone alla compassione può aumentare sentimenti di calore e appagamento e ridurre lo stress, al contrario di un’immersione empatica non supportata che può accrescere il turbamento personale.
La pietà e la commiserazione rappresentano un altro ambito concettuale. La pietà tradizionalmente indica un sentimento di pena verso chi soffre, spesso vissuto da una posizione percettiva elevata o distaccata: “provo pietà per quella persona” implica che io, in una condizione migliore, guardo dall’alto la sventura altrui. In altre parole, la pietà può contenere una sfumatura di condiscendenza e distanza. Chi prova pietà riconosce il dolore dell’altro e magari ne è rattristato, ma tende a vedere l’altro come un povero infelice impotente, e spesso non agisce per cambiare la situazione. Per questo la pietà rischia di cristallizzarsi in uno stato passivo (“che peccato, mi spiace per te”) privo di reale coinvolgimento trasformativo. La commiserazione è simile: significa letteralmente “provare miseria insieme”, e di solito si manifesta in esternazioni di rammarico o autocommiserazione condivisa, senza necessariamente attivare soluzioni. La compassione, al contrario, “ci avvicina a chi soffre” invece di allontanarci. Implica il riconoscimento dell’uguale dignità di chi soffre (non lo vede come inferiore o come semplice vittima) e porta a chiedersi cosa si possa fare per lenire quel dolore. Come afferma un detto poetico, “Quando la tua paura tocca il dolore di qualcuno, genera pietà; quando è il tuo amore a toccarlo, genera compassione”. In sintesi, la compassione supera sia l’empatia “paralizzante” sia la pietà passiva, configurandosi come un atteggiamento di empatia impegnata e responsabilizzante: sento il tuo dolore e mi attivo per aiutarti.
È importante anche sfatare l’idea che la compassione sia un sinonimo di debolezza o sentimentalismo. Culturalmente, soprattutto in ambienti orientati alla produttività e alla competizione, a volte “compassionevole” viene contrapposto a “forte” in senso dispregiativo. Al contrario, coltivare compassione richiede coraggio e stabilità emotiva: significa infatti non distogliere lo sguardo dalla sofferenza, tollerare il disagio che questa vista ci provoca e scegliere di restare presenti accanto all’altro. È un atto che unisce cuore e volontà. Lungi dall’essere un lusso emotivo, la compassione rappresenta una forza resiliente che può motivare azioni di grande impatto etico.
La compassione nella psicologia contemporanea: dalla mindfulness alla terapia
Dopo un periodo in cui la dimensione emotiva veniva talora scoraggiata nella formazione di medici e terapeuti (si pensi all’ideale di “neutralità” del terapeuta nel modello psicoanalitico classico), oggi la compassione è tornata al centro dell’attenzione in psicologia e psichiatria, sostenuta da nuove evidenze scientifiche. Approcci bio-psico-sociali e orientati all’evoluzione stanno ridefinendo la cura come un processo che integra calore umano, connessione empatica e interventi tecnici. In questa prospettiva, la compassione è vista non solo come una virtù personale, ma come una competenza terapeutica che può essere insegnata, appresa e applicata in modo sistematico per migliorare la salute mentale.
Un esempio emblematico è la Compassion Focused Therapy (CFT), sviluppata dallo psicologo britannico Paul Gilbert. La CFT nasce proprio dall’osservazione che molte persone con problemi di ansia, depressione o trauma portano con sé intensi sentimenti di vergogna e autocritica, e che faticano ad accettare gentilezza o sostegno dagli altri e da se stessi. Gilbert negli anni 2000 intuì che per questi pazienti, non sufficientemente aiutati da terapie tradizionali, poteva essere decisivo allenare la capacità di provare compassione verso di sé e gli altri. La Compassion Focused Therapy è dunque un approccio integrato, basato su evidenze evolutive e neurofisiologiche, che combina pratiche di consapevolezza e visualizzazioni compassionevoli con elementi delle terapie cognitive e comportamentali. L’idea centrale è che l’essere umano possiede sistemi emotivi innati – come il sistema di attaccamento/cura – che possono essere potenziati per contrastare sistemi di minaccia e autodifesa iperattivi (ad esempio l’autocritica feroce è vista come una minaccia interna). Coltivando intenzionalmente compassione (verso gli altri, ricevuta dagli altri e verso se stessi), il paziente sviluppa maggiore sicurezza, calma e connessione, riducendo gradualmente vergogna e autosvalutazione. Studi hanno mostrato che la CFT e interventi affini producono miglioramenti significativi in vari disturbi, incrementando l’autocompassione e il benessere psicologico. Ad esempio, un programma correlato, la Mindful Self-Compassion di Kristin Neff e Christopher Germer, ha dimostrato efficacia nel ridurre la tendenza a giudicarsi duramente, aumentando al contempo la resilienza emotiva. Si tratta di training che uniscono mindfulness (consapevolezza non giudicante del momento presente) e pratiche compassionevoli, spesso ispirate alla meditazione buddhista di mettā (amorevole gentilezza). In sostanza, la psicologia contemporanea sta validando empiricamente l’intuizione antica che la compassione guarisce: coltivare atteggiamenti compassionevoli modifica l’attività cerebrale (attivando circuiti di reward e di connessione sociale invece che circuiti di stress) e promuove salute mentale riducendo ansia, depressione e tendenze antisociali.
L’approccio bio-psico-sociale alla cura sottolinea che la salute non dipende solo da fattori biologici, ma anche da aspetti psicologici e sociali – e la compassione funge da collante tra queste dimensioni. Un medico, uno psicologo o un infermiere che adottano una prospettiva compassionevole cercano di capire la persona nella sua interezza: non solo la malattia o i sintomi, ma la storia, le emozioni, le relazioni e il contesto di vita del paziente. Ciò rispecchia la visione olistica delle cure: come affermato dalla World Health Organization, “le cure palliative mirano a migliorare la qualità di vita dei pazienti e famiglie che affrontano malattie potenzialmente letali, attraverso la prevenzione e il sollievo della sofferenza tramite identificazione precoce, valutazione e trattamento impeccabile del dolore e degli altri problemi, fisici, psicosociali e spirituali”. Un’autorevole voce della medicina contemporanea, la dottoressa Christina Puchalski, parla infatti di cura compassionevole o spirituale come del prendersi cura della persona intera – fisica, emotiva, sociale e spirituale. Questo approccio integrato sta tornando centrale nella formazione degli operatori sanitari: la compassione diventa la “via” per incarnare veramente il modello bio-psico-sociale, poiché spinge il curante a interessarsi al vissuto emotivo e relazionale del paziente (psico-sociale), oltre che ai trattamenti biologici. Inoltre, studi evoluzionistici suggeriscono che la presenza o l’assenza di compassione nelle esperienze precoci di vita può avere effetti profondi: una carenza di cure compassionevoli nell’infanzia può predisporre a problemi di salute mentale in età adulta, mentre ambienti familiari e sociali empatici e supportivi favoriscono lo sviluppo di resilienza e capacità di regolazione emotiva. Questo fornisce un ulteriore argomento scientifico a favore di interventi educativi e terapeutici centrati sulla compassione.
Educazione affettiva e riconoscimento della sofferenza altrui
Nonostante le evidenze dell’importanza della compassione, la nostra società spesso pecca di un deficit nell’educare alla dimensione affettiva ed empatica. Nelle scuole si dà ampio spazio alle competenze logico-nozionistiche, ma assai meno allo sviluppo dell’intelligenza emotiva e sociale nei bambini e adolescenti. Questa mancanza di educazione affettiva si traduce in un’incapacità, diffusa nelle nuove generazioni e negli adulti di oggi, di riconoscere adeguatamente la sofferenza altrui e reagire in modo empatico. Una indagine internazionale sull’educazione civica (ICCS) ha rilevato che in Italia le competenze sociali ed emotive rappresentano “il pezzo mancante” del curriculum scolastico e della formazione degli insegnanti. In pratica, il nostro sistema educativo storicamente non ha integrato l’insegnamento di abilità come la gestione delle emozioni, l’empatia, la compassione e la comunicazione empatica. Le conseguenze possono essere serie: l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha evidenziato che la mancanza di competenze socio-emotive nei giovani è correlata a condotte negative e a rischio (come abuso di sostanze, violenza, depressione e perfino tentativi di suicidio) in risposta allo stress. In altre parole, se i ragazzi non imparano a riconoscere e gestire le proprie emozioni e a capire quelle degli altri, di fronte alla sofferenza – propria o altrui – possono reagire in modi disfunzionali: chiudendosi nell’indifferenza, adottando comportamenti aggressivi, o sviluppando disagio interno. Al contrario, programmi scolastici di alfabetizzazione emotiva e allenamento all’empatia mostrano benefici tangibili: studi recenti condotti anche in Italia hanno documentato che inserire un percorso sulle emozioni e sull’empatia nelle classi primarie migliora la competenza emotiva dei bambini.
È dunque urgente portare l’educazione affettiva nei curricula scolastici a tutti i livelli. Insegnare ai più giovani come identificare la sofferenza (propria e dell’altro), come esprimerla in modo appropriato e come rispondere con sensibilità e aiuto è tanto importante quanto insegnare matematica o storia. Bambini educati all’empatia hanno maggior probabilità di diventare adulti capaci di costruire relazioni sane, di lavorare in gruppo in modo cooperativo, e di prendersi cura dei membri vulnerabili della comunità. Inoltre, un’educazione simile li aiuta a sviluppare quella che Daniel Goleman chiama “consapevolezza sociale”, ovvero l’attenzione all’ambiente umano intorno a sé. Un esempio concreto: saper cogliere i segnali di un compagno triste o in difficoltà – magari invisibili a chi non è allenato – può fare la differenza nel prevenire episodi di bullismo o isolamento; significa formare “spettatori” attivi e solidali invece che indifferenti. Viceversa, l’analfabetismo emotivo può rendere ciechi di fronte alle sofferenze più sottili: si riconosce solo il dolore eclatante (il pianto, l’urlo), ma non la sofferenza silenziosa di chi magari sorride esteriormente mentre dentro è in crisi, o la sofferenza “ordinaria” di chi affronta fatiche meno visibili (ansia, solitudine, senso di vuoto). Una solida educazione alla compassione insegna ai futuri adulti che ogni persona ha un mondo interno che merita ascolto. Anche nel contesto sanitario, operatori formati sin da giovani all’intelligenza emotiva saranno medici e infermieri più attenti al lato umano del paziente, meno a rischio di burn-out e più soddisfatti del proprio lavoro. Per fortuna, si moltiplicano le iniziative in questa direzione: proposte di legge per introdurre l’intelligenza emotiva a scuola, progetti di social and emotional learning (SEL) e attività ludico-didattiche per insegnare l’empatia già nella scuola dell’infanzia. Educare alla compassione non è solo un arricchimento “morale”, ma un investimento sulla salute pubblica e il benessere collettivo futuro.
Riflessioni personali: sentire le sofferenze dell’altro
Entrare in contatto autentico con la sofferenza altrui è un’esperienza che tocca corde profonde della nostra umanità. Nella mia esperienza di praticante di BuddhaDharma, ho imparato che esistono sia sofferenze “grossolane”, manifeste e riconoscibili, sia sofferenze più “sottili” e nascoste. Le prime sono quelle che tutti vedono: il paziente piegato dal dolore fisico, la persona in lacrime per una perdita, il bambino spaventato che trema. Di fronte a queste manifestazioni evidenti, sentiamo quasi istintivamente un moto di empatia; il bisogno dell’altro è chiaro, e spesso altrettanto chiara è la richiesta implicita di aiuto o conforto. Le seconde, invece, sono quelle sofferenze che covano sotto la cenere: il collega che sembra sempre irritabile – e dietro potrebbe nascondersi una profonda tristezza; l’anziano “difficile” che con i suoi lamenti cela in realtà una tremenda solitudine; o ancora la persona “forte” che non chiede mai nulla, ma che dentro di sé si sente smarrita. Queste sofferenze sottili raramente gridano, e per percepirle occorre ascolto attento e sensibilità allenata.
Ho riflettuto spesso su come la compassione richieda prima di tutto attenzione: un essere presenti con tutti i sensi e il cuore aperto, per accorgersi di ciò che l’altro vive. Viviamo in società rumorose, piene di stimoli e spesso autocentrate – il rischio è di diventare insensibili per distrazione più che per cattiveria. Sentire profondamente le sofferenze degli altri implica allora una scelta controcorrente: rallentare, osservare i volti, i gesti, cogliere le sfumature emotive. A volte basta un dettaglio – uno sguardo assente, una mano che trema appena, un sorriso forzato – per intuire che qualcuno vicino a noi sta lottando interiormente. In questi frangenti, ho capito che la compassione professionale, non significa provare ogni emozione che prova l’altro – questo porterebbe al tracollo emotivo – ma significa dare valore a ogni sofferenza, anche la più taciuta, e farsi carico di alleviarla nei limiti del possibile. È quella che alcuni autori chiamano “presenza compassionevole”: stare con l’altro nel suo dolore, comunicargli che non è solo, mantenendo però uno spazio interno che mi consente di essergli di aiuto concreto. Se mi lasciassi travolgere dall’angoscia del paziente, finirei in empatic distress e magari scapperei per non soffrire (risposta di fuga tipica dell’empatia non regolata). Invece, trasformare l’empatia in compassione mi permette di reggere lo sguardo sulla ferita altrui e dire: “Sì, vedo il tuo dolore e posso solo immaginare la tua sofferenza, e sono qui con te, vediamo cosa posso fare per te”. Questa è una lezione preziosa che porto con me ogni giorno.
Un’altra riflessione personale riguarda il cosiddetto “compassion fatigue”, o fatica da compassione, fenomeno che può colpire chi opera costantemente a contatto con persone sofferenti. Ci si chiede: è possibile esaurire la propria capacità di compassione? L’esperienza insegna che ciò che esaurisce in realtà non è la compassione in sé – che anzi, come l’amore, più si dona e più cresce – ma è l’accumulo di stress emotivo non elaborato, spesso derivante da una forma empatica distorta. Quando un operatore sanitario si identifica così tanto con il paziente da portare il suo dolore dentro di sé senza filtri, brucia rapidamente le proprie risorse emotive. La compassione, intesa nel suo equilibrio di cuore aperto e mente saggia, può invece proteggere dal burn-out: mantenendo chiaro il confine tra “me” e “te”, consente di provare amorevole gentilezza senza sommergere la propria identità nel dolore altrui.
La compassione nelle cure palliative e nel fine vita
Da sempre il fine vita e la cura rappresentano il banco di prova più alto per la compassione umana. Nel campo delle cure palliative, in particolare, la compassione è riconosciuta come un elemento fondamentale di un’assistenza di qualità. Accompagnare un paziente nella fase terminale della vita significa infatti confrontarsi non solo con il dolore fisico, ma anche con sofferenze di ordine psicologico, sociale ed esistenziale. “Compassion is fundamental to palliative care”, esordisce una recente revisione, sottolineando come la compassione aiuti a creare un ambiente di sicurezza per i pazienti e i loro familiari. Essa si traduce in gesti di presenza, ascolto, rassicurazione e disponibilità che fanno sentire il malato accolto nella sua interezza, non ridotto a un caso clinico. Gli studi indicano che un atteggiamento compassionevole da parte dei curanti migliora gli esiti delle cure, sostiene la dignità del paziente e contribuisce persino al benessere di chi assiste. Pazienti e operatori riferiscono spesso che la compassione – intesa come cura premurosa – è percepita come carente nei sistemi sanitari odierni troppo frenetici, ed esprimono il bisogno di recuperarla. La buona notizia è che la compassione si può coltivare e mettere in pratica sia a livello individuale sia organizzativo: esistono programmi di formazione per sanitari (compassion training) che insegnano competenze comunicative ed emotive per interagire con maggiore sensibilità, e parallelamente alcune strutture sanitarie stanno implementando policy istituzionali (ad esempio tempi di colloquio più lunghi, supporto psicologico agli staff) per favorire una cultura organizzativa della compassione. Un interessante sviluppo recente è il movimento delle “compassionate communities”: reti comunitarie che, integrandosi con i servizi sanitari, coinvolgono volontari e cittadini nel supporto alle persone alla fine della vita, creando intorno al malato una rete compassionevole di cura condivisa. Questo approccio comunitario, promosso ad esempio dall’OMS, mira a normalizzare il morire e il lutto nella società attraverso la solidarietà e la partecipazione attiva della comunità.
Nel contesto del fine vita, la compassione assume anche la forma di una particolare sensibilità per le dimensioni psicologiche e spirituali della sofferenza. Quando la guarigione non è più possibile, curare significa spesso alleviare il “dolore totale” (come lo definì Cicely Saunders, fondatrice dell’hospice), e che il buddhismo definisce “Sofferenza che tutto pervade”, ovvero quel mix di dolore fisico, angoscia mentale, isolamento sociale e crisi spirituale che può affliggere il malato terminale. Qui la compassione del curante si esprime nell’offrire una presenza piena e non giudicante, nel validare le paure e i dispiaceri del paziente (perdita di ruolo, di autonomia, timore della morte, possibile “disperazione anticipatoria”), nel facilitare la comunicazione autentica anche su temi difficili come il morire, e nel ricercare insieme fonti di conforto, di senso e di significato. Può voler dire rimanere accanto in silenzio, oppure aiutare il paziente a riconciliarsi con i familiari, o ancora attivare sostegni spirituali (come un ministro di culto, se richiesto) – tutte azioni mosse dal genuino interesse a lenire ogni sofferenza, anche non fisica. Non a caso, il termine “cure compassionevoli” viene spesso usato per indicare quei provvedimenti eccezionali che, pur al di fuori delle terapie standard, vengono concessi per alleviare sofferenze estreme: è il caso, ad esempio, dell’uso compassionevole di farmaci sperimentali in pazienti terminali quando non vi sono altre opzioni. L’etica della compassione suggerisce che quando la sofferenza dell’altro raggiunge livelli insopportabili, si debba esplorare ogni strada possibile, anche innovativa, per recarvi sollievo – ovviamente tenendo conto della sicurezza e della dignità della persona.
Proprio in questo spirito si collocano alcuni approcci innovativi che stanno emergendo negli ultimi anni nel campo delle cure palliative e della psiconcologia: tra questi, suscita attenzione la psicoterapia assistita da sostanze psichedeliche (come psilocibina, LSD, MDMA, ketamina) per pazienti con malattie terminali. Ciò che fino a poco tempo fa poteva sembrare fantascienza oggi è oggetto di rigorosi studi clinici: si è visto, ad esempio, che una singola sessione terapeutica con psilocibina, associata a psicoterapia di supporto, può indurre riduzioni marcate e durature dell’ansia e della depressione nei malati di cancro in fase avanzata, facilitando l’accettazione della propria fine e migliorando la qualità di vita residua. In uno studio condotto presso la Johns Hopkins, ai pazienti oncologici è stata somministrata psilocibina in ambiente controllato: oltre ai cali nei punteggi di ansia e umore depresso, molti hanno riferito esperienze di profonda trascendenza spirituale e connessione, con un rinnovato senso di pace rispetto alla morte imminente. Più del 80% dei partecipanti ha classificato quell’esperienza tra le più significative della propria vita, associandola a un drastico calo della paura di morire e a un aumento dell’accettazione. Questo e altri trial clinici (ad esempio a New York University e in altri centri) suggeriscono che gli psichedelici, usati in modo clinicamente guidato, possono alleviare la “sofferenza esistenziale” – quell’angoscia profonda di fronte all’annientamento – che spesso né i farmaci tradizionali né le parole riescono a placare. Si tratta, in un certo senso, di un ritorno a un’antica alleanza tra guarigione e dimensione spirituale: sostanze come la psilocibina inducono spesso esperienze mistiche di unità, di amore universale, di riconciliazione col cosmo, che possono donare alla persona un conforto profondo, difficilmente ottenibile altrimenti. Questi interventi sono ancora in fase di sperimentazione e vanno incoraggati, promossi con cautela etica e clinica. Ma la loro logica di fondo è coerente con l’essenza della compassione: usare ogni strumento possibile, con saggezza e prudenza, per alleviare la sofferenza. In alcuni casi, mostrare compassione in cure palliative significa anche rispettare e supportare i desideri ultimi del paziente – ad esempio il desiderio di non morire tra inutili tubi e macchinari, ma a casa propria circondato dai cari (il che ha dato impulso alle cure palliative domiciliari e hospice, spesso nati da movimenti di volontari “compassionevoli”).
Nelle cure del fine vita, la compassione è la stella polare che guida ogni scelta: dal controllare efficacemente il dolore fisico (considerato un imperativo etico), al fornire supporto psicologico e spirituale, al piegare – ove possibile – le regole per venire incontro ai bisogni ultimi di un essere umano (come accettare richieste speciali o terapie innovative o sprimentali). Gli operatori che lavorano in questo campo testimoniano frequentemente come la compassione verso i pazienti si intrecci con la compassione verso sé stessi e i colleghi: solo coltivando un ambiente di lavoro solidale, dove ci si prende cura l’uno dell’altro e si elabora insieme il carico emotivo, è possibile evitare che la sofferenza assistita travolga chi assiste. Si parla infatti di compassion satisfaction, la gratificazione derivante dal poter dare sollievo e conforto, come antidoto naturale alla compassion fatigue. In fondo, accompagnare qualcuno nei suoi ultimi giorni con compassione è una delle espressioni più alte di umanità – ed è anche ciò che consente agli operatori sanitari di trovare un senso nel proprio operato, trasformando un’esperienza dolorosa in un atto di amore e servizio che arricchisce entrambe le parti.
Conclusioni
Il viaggio attraverso il concetto di compassione – dalle sue origini nelle filosofie spirituali orientali fino alle applicazioni più avanzate nella psicologia e nella medicina odierne – ci consegna un messaggio chiaro: la compassione è un elemento essenziale e insostituibile della cura e della convivenza umana. Lontana dall’essere mero sentimentalismo, la compassione si rivela una forza attiva che guarisce, educa e trasforma. Per gli operatori sanitari, coltivare la compassione significa migliorare la qualità della relazione terapeutica, proteggersi dal burnout e ritrovare continuamente il significato profondo del proprio lavoro: il “prendersi cura” nella sua accezione più piena. Per la società, investire in compassione – tramite l’educazione emotiva nelle scuole, il supporto ai caregiver, politiche sanitarie orientate alla persona – significa gettare le basi per comunità più sane, coese e resilienti, in cui nessuno debba soffrire nell’isolamento o nell’indifferenza altrui. Come ha detto il XIV Dalai Lama, Tenzin Gyatso, “se vuoi che gli altri siano felici, pratica la compassione; se vuoi essere felice tu, pratica la compassione”. In un mondo afflitto da divisioni e sofferenze, la compassione rappresenta sia una cura antica che una scoperta sempre nuova: è la capacità tutta umana di sentire con il cuore dell’altro e di impegnarsi a sollevarne il peso, illuminando così, anche nei momenti più bui, la strada della solidarietà e della speranza.
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